giovedì 24 luglio 2008

Let's Funk...

No non è un "typo".
Sicuramente avrete sentito alla radio il singolo (Black&Gold) di un tale "Sam Sparro", giovane buliccio (respect) australiano (un pò meno) figlio di una miss scandinava e di un padre cantante gospel e compositore.
Incuriosito dai richiami agli anni '80 (che non sono il mio decennio preferito, a dirla tutta), sono andato ad ascoltarmi l'album.
Sgombro subito il campo: è un disco commerciale e abbastanza "clubby". Ciononostante lo trovo un disco coraggioso, ascoltabile, con alcuni spunti e riferimenti (Pet Shop Boys e Prince) interessanti e abbastanza originale. E l'ho accattato.
Il lavoro vocale del ragazzo ricorda, in certe occasioni, Mika; solo che questa volta il risultato è molto più completo e anche i brani più da pista sono nettamente più curati, specialmente dal punto di vista vocale.
Le basi e le musiche sono discorso a parte. Se vi piacciono i Cassius e i Daft Punk ma li vorreste più "potabili", questo disco non vi deluderà. Salvo alcuni brani, infatti, i groove sono piuttosto francofili.
Comunque sia dopo una giornata di ascolto più o meno intenso, posso dire che il disco, pur stando sullo scaffale dell'"easy-mercial", convince e si fa apprezzare. Menzione speciale per la *ghost* bonus track "Still Hungry": splendido il pianoforte, ottimo accostamento vocale, bello il testo.



Poi, per caso, mi imbatto in "Multiply".
Album sconosciuto di un Jamie Lidell.
Sconosciuto.
E mi ritrovo ad ascoltare ciò che sembra stare sul gradino superiore rispetto a "Sam Sparro". E' un disco da Motown senza le ragnatele, Funk e Mo-Soul. Poco elettronico (rispetto a quello dell'australiano) e nettamente più poliedrico. L'ascolto è tutta un'altra cosa: i groove si fanno più seri, i testi si fanno più composti e i riferimenti, da modernariato, si rifanno a pietre miliari della musica "black" di qualche anno fa. Direi quasi che Jamie ha fatto una telefonata a Wacko Jacko e qualche domanda a Prince prima di impostare certi arrangiamenti... ovviamente mentre tutti ascoltavano Stevie Wonder. Il risultato è un disco "giusto" con una produzione azzeccata: meno perfettino di quello dell'australiano (anche se va detto che il paragone è un PO' tirato per i capelli), non passa per vecchiume nemmeno per sbaglio. Se non vi piace il Funk macchiato di Soul e di elettronica, non andate nemmeno ad ascoltarlo sull'iTunes Music Store.



Poi, non pago del suo penultimo lavoro, noto che proprio nel 2008 Jamie ha pubblicato "Jim". E ovviamente non posso esimermi dal dargli un ascoltata.
A caldo è un po' una delusione. Direi che anche lui è vittima delle produzioni leccate che affollano la discografia moderna: meno estro, meno originalità, meno cose fuori posto rispetto a tre anni fa. Ed è un pò un peccato. "Jim" sembra più un disco fatto in collaborazione con Jamiroquai (uno che ha venduto tutto l'intestino e anche un pò di stomaco alla sua major). Nel confronto con "Multiply" ne esce male su tutta la linea, ma se comparato con altri suoi colleghi fa comunque una figura decente, riuscendo a proporre ancora qualche gemma di moderno soul (Out Of My System, per esempio).
Pur non potendo non notare il trend (in discesa, se avete iniziato a leggere qua), ho comunque deciso di accattare pure "Jim".



Direi che anche stavolta la pesca è stata fruttuosa.

p.s.
Sulle tre copertine di cui sopra ho appiccicato una novità (OOOOOOoo...): da ora in poi, quando mi leggerete sproloquiare di musica con fare saccente di un disco che è entrato a far parte della mia *cantina*, la copertina sarà bollata con l'omino in cuffie (da lavoro, che ricordano un pò le mie inseparabili Akg).

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